Inventario delle Identità

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Vincere - o no

Al di là delle sollecitazioni buoniste, tanto vale riconoscere che le identità spesso si scontrano e sono quindi all'origine di molta della violenza che ci circonda. In caso di conflitto, l'imperativo è "vincere". Che suggerimenti possiamo ricavare dal punto di vista identitarista per conseguire questo obiettivo?

Tanto per cominciare, chiediamoci se è possibile vincere. Se il nemico è costituito da un gruppo compatto, ben indottrinato, con facilità di comunicazioni, di spostamenti e di denaro, sostenuto da una popolazione circostante ed identitariamente coinvolta, l'unica possibilità è quella dell'eliminazione fisica, uno per uno, dei combattenti avversi: a qualsiasi costo. Se questa possibilità è esclusa, per difficoltà obiettive o soggettive, bisogna operare per l'indebolimento di uno dei fattori prima elencati oppure favorire gli errori degli avversari; altrimenti tanto vale prendere atto della situazione e accettare la sconfitta.

Primo esempio: la seconda guerra mondiale, più specificamente le azioni in Europa contro i Nazisti. I soldati tedeschi non si arrendevano, non davano tregua: erano convinti di aver ragione e si sono battuti fino alla fine. I giganteschi bombardamenti alleati sulle città tedesche non hanno influito sullo svolgimento della guerra: hanno bensì arrecato numerose vittime alla popolazione civile, ma non hanno significativamente inciso sulla produzione bellica né sul morale dell'esercito. In alcuni paesi sono emersi movimenti di resistenza al nazismo o alleanze con potentati locali, come la Mafia in Sicilia; ma in generale la compattezza dell'Asse ha prevalso, anche per la ferocia (determinazione?) con cui situazioni di contrasto locale sono state represse. I soldati tedeschi sono stati neutralizzati uno ad uno, con perdite notevoli, fino alla caduta di Berlino. Le vittime civili non "contavano" né per l'un combattente né per l'altro. Da notare che la Germania ha sempre fatto affidamento sul suo efficientissimo esercito, mai o quasi mai ha chiesto l'intervento attivo della propria popolazione: a conferma di un quadro strategico univoco, con i suoi indubbi punti di forza ma anche con le sue debolezze.

Se passiamo allo scacchiere giapponese, sempre nella seconda guerra mondiale, va detto che i combattenti nipponici si apprestavano ad una uguale se non più determinata contrapposizione agli americani sul loro terreno; furono le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki che convinsero l'Imperatore alla resa senza condizioni. Una inaudita, spaventosa strage di civili, e la minaccia della sua reiterazione, ebbero la meglio sull'orgoglio e la mobilitazione dell'intero paese.

Il Vietnam è stato l'esempio contrario: non è stato possibile utilizzare tutti i mezzi necessari, i bombardamenti su Hanoi suscitavano troppo proteste interne, la macchina della propaganda interna non funzionava più, mentre era in piena efficenza quella dell'avversario; la guerra, per l'America, era persa, e infatti Nixon ne prese atto.

La Guerra Fredda ha visto conflitti locali e minacce di distruzione globale; tuttavia, è stata soprattutto una guerra di identità e di propagande, da una parte e dall'altra; e a livello di propaganda è stata vinta, con i Comunisti Russi che si sono convertiti al consumismo occidentale. I Russi non hanno perso perché raccontavano troppe bugie; hanno perso perché ne raccontavano troppo poche, o, alternativamente, perché lasciavano che le bugie altrui invadessero il loro campo. D'altro canto, la comunicazione è più invasiva di qualsiasi gas: era impossibile tenere alla larga l'immagine dell'Occidente opulento in un'epoca in cui la comunicazione si è andata sempre più espandendo e diversificando, con la televisione satellitare e le reti dei computer, ad esempio. Da notare che prima ha ceduto la periferia dell'impero (Polonia, Cecoslovacchia, Germania), poi Mosca: quasi che la comunicazione dovesse farsi strada prima di arrivare al cuore dell'avversario.

 Le guerre jugoslave sono esempi dell'alternativa radicale: lo sterminio fisico dell'avversario, di tutti gli avversari. Un po' perché siete cattivi, un po' perché siete uniti e fissati nel volere quello che spetta a noi. Il sacro fuoco della rivendicazione territoriale ha suggerito le più squisite nefandezze: certo, il massacro di Srebrénitza è stato l'episodio più clamoroso; ma non sono mancati massacri più piccoli e più facilmente dimenticabili, orrori quasi privati, ferocia del buon vicinato. Da parte di tutti: i Croati cattolici, i Serbi ortodossi, i Mussulmani ... mussulmani. Ricordiamo le mine disseminate su tutto il territorio, mine che continueranno a fare vittime per decine di anni a venire; e anche la diffusa atrocità di bruciare il Catasto, per impedire una rivendicazione del territorio: e con ciò, annullare memorie secolari di appartenenze territoriali, di legalità, di civiltà. I Serbi avrebbero potuto vincerere la guerra, in Bosnia Erzegovina: avevano dimostrato una sufficente dose di determinazione omicida. Se non hanno completato l'opera, lo si deve ad un'opinione pubblica internazionale colpita dall'inumanità delle notizie che filtravano da Sarajevo e dintorni, ad una Russia debole dopo il crollo del Comunismo, alla necessità di dare un contentino al mondo islamico che già montava alla riscossa. Bad timing. Ancora peggio, con il Kossovo: ormai, i Serbi si erano conquistati il titolo di macellai dei Balcani. Non amo i Serbi: diciamo però che avevano avuto degli esempi significativi, da parte dei loro avversari.

Volevo affrontare il problema dell'Islam contro Tutti, ma mi sento inadeguato al compito. D'altro canto, uno dei motivi per cui è nato questo sito è capire la ricchezza del Risorgimento Islamico, la sua complessità, il suo prevedibile sviluppo.  Proverò ad accennare a due cose. Primo: la radice della riscoperta dell'Islam che si è verificata nell'ultimo mezzo secolo e che ha avuto manifestazioni globali, diversissime e tuttavia interconnesse, come possono essere state il panarabismo nasseriano, le guerre contro Israele, la rivoluzione Khomeinista in Iran, il movimento dei Talebani in Afghanistan e Pakistan, l'affermazione di Al Qaida come "franchising" internazione del terrorismo, il dissolvimento delle autorità statuali nel Corno d'Africa, l'irridentismo mussulmano dell'Estremo Oriente, la rivolta in Cecenia , la sedimentazione di una immigrazione mussulmana nelle città europee, e chissà quanti altri elementi sto dimenticando, ebbene, tutti questi fatti sono collegabili da un unico punto di vista: l'esistenza di una nebulosa, controversa, fortissima identità islamica. Secondo: l'Islam non sarà mai sconfitto; troppo vasto, troppo ricco, troppo convinto delle sue ragioni.  Nella contrapposizione che obiettivamente si è instaurata fra Islam e Occidente, quest'ultimo può sperare in due cose: un abbassamento dei reciproci toni e l'emergere di una possibile convivenza; la capacità di sfruttare le poco comprese divisioni dell'identità islamica meglio di quanto l'Islam non sfrutterà le macroscopiche fratture del "blocco" occidentale. E' il vecchio e banale "divide et impera": tuttavia, è difficile prevedere chi riuscirà a dividere chi da chi, chi "impererà" a chi.

Ancora non siete soddisfatti, volete vedere il colore del sangue. D'accordo, potete leggervi Ma che bella guerra.

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