Inventario delle Identità

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Questione Morale

Si parla in questi giorni (20/12/2008) di "questione morale", ovvero della moralità dei politici italiani. Si può dire qualcosa anche dal punto di vista identitario?

Beh, intanto va evidenziato un fatto di cui non si parla, e cioè, che il successo politico, in democrazia, deriva dal consenso pubblico, e che tale consenso, in genere, costa: o in termini di marketing o direttamente come scambio di favori. Nella prima categoria mettiamo i cartelloni pubblicitari, le apparizioni televisive, i convegni e gli incontri con le categorie sociali, i sostegni ai giornali amici, le lettere ai potenziali elettori, l'organizzazione di oceaniche manifestazioni. Naturalmente, per queste attività, i soldi non bastano mai. Nella seconda casella figurano le assunzioni garantite dei figli dei padroni dei voti, la moltiplicazione degli incarichi pubblici con province e concessionarie, la distribuzione di pensioni di varia invalidità, la tolleranza dell'evasione fiscale, l'accorta guida degli appalti. Queste attività illegali portano voti o direttamente o tramite i quattrini che procurano e che permettono l'ampliamento delle iniziative.

D'altro canto, qualsiasi partito politico rassicura i propri elettori sulla propria onestà e rettitudine, si erge a garante della legalità e del buon funzionamento dello Stato e invoca la propria "diversità" per accusare gli "altri" delle peggiori nefandezze. Esiste quindi una dicotomia fra come il partito vorrebbe essere e come si ritrova ad essere, spinto dalla concorrenza e dalla volontà della propria affermazione.

Già che ci siamo, esaminiamo il comportamento del cittadino elettore. Tipicamente, gli si chiede di votare secondo coscienza: ma dietro questo richiamo etico, si nasconde il più banale invito a votare secondo il proprio schieramento identitario. Nazionalisti contro Internazionalisti, padroni contro operai, padani contro terroni, progressisti contro liberali, cristiani contro laici, poveri contro ricchi, giustizialisti contro garantisti, finalmente, berlusconiani contro antiberlusconiani: ce n'è per tutti i gusti. La scelta può essere più o meno frastagliata: ma generalmente si muove secondo questi riferimenti di "forti" identità.

In alcune situazioni, ci può essere la possibilità di raggranellare, con il voto, un grande o piccolo beneficio più strettamente legato ai propri interessi: che sia una distribuzione gratuita di pasta, in caso di elezione, o la licenza edilizia per una costruzione abusiva, o qualsiasi altra cosa che "compra" il voto, è comunque un elemento che mette in contrasto le identità più intime, come il gruppo uno o la famiglia, con le identità più generali che abbiamo elencato più sopra. Tipicamente, vincono gli interessi personali; per cui, è compito del politico riuscire a sollecitare questi interessi. Anche queste pratiche sono moralmente condannate: si tratta del "voto di scambio", sanzionato dal Codice; tuttavia, è indubbio il loro successo. Tutto ciò aumenta la dicotomia già ricordata.

Intendiamoci: non è la che la politica funzioni solo per corruttela. Esiste anche la possibilità di avanzate elettorali legate alla bontà delle proprie idee o più semplicemente alla capacità di interpretare bisogni effettivi ma politicamente inespressi. Talvolta, il trionfo elettorale è legato alla personalità di un leader particolarmente carismatico o astuto. Insomma, esistono i meccanismi della "buona" politica, così come predicato dai Sacri Testi della Democrazia: tuttavia, questi convivono con gli strumenti della "cattiva" politica e possono venirne sommersi. La conclusione è che, tipicamente, i partiti si servono sia dell'una che dell'altra, incrementando il grado di schizofrenia del loro comportamento.

Come viene risolta questa contraddizione? A sinistra, con la teoria dei "pochi reprobi" che non scalfiscono un partito sostanzialmente onesto. Con questo criterio, l'unico peccato è farsi beccare. Si continua a rivendicare la superiorità morale e si cerca di far dimenticare gli amministratori infedeli; fino alla prossima retata.

A destra, il problema è più complesso: anche perché l'attuale capintesta è stato accusato di comportamenti non cristallini. Qui l'approccio è stato e continua ad essere: sono i magistrati che ce l'hanno con i politici, e questo perché guidati dai loro oscuri interessi; bisogna sottomettere la Magistratura all'Esecutivo e toglierle tutti gli strumenti che possiede, in primis le intercettazioni ambientali e telefoniche. Quindi: noi puliti, magistrati sporchi. E avversari politici conniventi con i "cattivi" magistrati. 

E il generico uomo politico, come si comporta, "davvero"? Penso che tipicamente risponda ai criteri morali che sottoscrive in tutte le sedi. Alcuni politici sono collusi, ma credo siano l'eccezione, non la regola. Vanno tenuti presenti, comunque, alcuni elementi. L'uomo politico è uno che ha avuto successo, altrimenti non lo conosceremmo: pertanto, è uno che ha trovato un sistema innovativo per emergere al di sopra degli altri, per realizzare di più, per raccogliere più consenso; probabilmente, ha tradito una qualche "alleanza", di quelle fra identità dell'uno o dell'altro tipo. E' quindi più adatto a capire chi si imbarca in analoghi tradimenti. D'altro canto, se viene a sapere che un suo compagno di partito ha intascato mazzette o ha comunque violato la legge, sa che è stato per il partito stesso, che comunque rappresenta il Bene. In sostanza: può aver sbagliato, ma per una buona causa. Entra in ballo la sindrome del Mysonofabitch. In definitiva: la politica sa che esistono i suoi "mariuoli", ma preferisce far finta di non saperlo; e montare il teatrino quando vengono scoperchiati i sepolcri.

Riparliamo di politica in La Buona Fede, la Mala Fede.

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