Inventario delle Identità

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Populismo, sì o no

Su Omnibus de La 7 il 18 Novembre 2008 hanno disquisito su quanto populista è Berlusconi, su quanto è populista Di Pietro e su quanto non deve essere populista il Partito Democratico, chiamato invece a condurre una battaglia di idee avanzate ecoerenti con l'impostazione riformista. Sarà: ma non sono convinto. Per antica deformazione professionale, tendo ad applicare le categorie del Marketing alla comunicazione identitaria, in particolare a quella politica. Ve l'ho già citato, ma ritorniamoci: ricordate "I persuasori occulti", di Packard Vance? Anno 1958, ma testo di riferimento per "vendere" qualsiasi cosa. In breve: non si compra un prodotto, si compra una migliore idea di sè, più in generale: si compra un'emozione. Non mangi le prugne secche per andare di corpo, le mangi per essere giovane, bello e sportivo. Non voti per discriminare fra le infinite varianti dell'economia, del potere, della società, quelle che si addicono meglio a quello che sei, ai tuoi interessi, alla tua classe sociale: voti perché non ci siano più problemi e perchè i cattivi vengano finalmente puniti. Va da sé che questa focalizzazione del messaggio politico dipende e va organizzato a partire dalla Comunicazione: che deve creare e cavalcare la base identitaria suscettibile a messaggi elementari e coinvolgenti. Il populismo è esattamente questo tipo di comunicazione: emozionale, semplice, ripetitivo. Inutile dire che ha un grande successo: sia dalla parte di Berlusconi, che ad esso si è affidato fin dall'inizio, sia dalla parte di Di Pietro, che facendo leva sul "cattivo" raddoppia i voti ogni sei mesi.

E' un discorso difficile da portare avanti: perché presuppone una realtà mai detta pubblicamente, e cioè, che i compratori/elettori non scelgono effettivamente, ma qualcuno sceglie per loro. Come le vendite di Dash si alzano dopo gli spot del "due per uno", così le fortune politiche dei vari leader sono sospinte da ripetuti messaggi che prevedono eroismi inauditi, liti infuocate, scene madri, chiamate di correo, insomma, tutto l'armamentario teatrale: dove il teatro è naturalmente inteso come scuola di coinvolgimento emotivo.

Non credo alla virtù salvifica di un serio programma riformatore per il Partito Democratico: ammenoché non riesca a caricare su qualche seria iniziativa la persuasione viscerale del Bene Assoluto, e a comunicare tale associazione. Non è più tempo di alati analisti politici: la Democrazia invoca gli uomini di spettacolo. Anche le donne.

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