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Marchionne, lo Straniero

Il progetto dell'Amministratore Delegato della Fiat Marchionne, di modificare le condizioni contrattuali a Mirafiori in cambio di rinnovati investimenti nella fabbrica torinese, ha sollevato reazioni contrastanti. La proposta è stata accettata dai sindacati "moderati", è stata rigettata dalla Fiom, cioè dalla Cgil, il "vecchio" sindacato comunista; ha ottenuto il plauso incondizionato della Maggioranza, compresa la Lega, solitamente ostile alla Fiat stessa; l'Opposizione si è divisa fra favorevoli e contrari: talvolta all'interno dello stesso Partito; la Borsa è entusiasta, l'Intellighentzia è perplessa. In previsione e a latere del referendum fra i lavoratori che ha sancito l'approvazione dell'accordo con una scarsa maggioranza del 54%, Marchionne ha ripetutamente rilevato che, se il suo piano non fosse stato accettato, gli investimenti sarebbero stati fatti in un altro Paese, lasciando probabilmente Mirafiori alla decadenza e alla chiusura; tale impostazione viene approvata ed enfatizzata dal Governo, mentre viene condannata come ignobile ricatto dai contrari all'accordo; i quali, di fronte alle solite considerazioni sugli inevitabili effetti della globalizzazione e del libero mercato, ribattono ricordando gli aiuti di Stato all'industria automobilistica recentemente accordati in Francia, la capacità dell'industria tedesca (e non di quella italiana) di vendere auto "care" con alti margini per tutti, e infine, soprattutto, gli aiuti dati alla Fiat nel corso degli ultimi decenni: aiuti che obbligherebbero la società a continuare a produrre in Italia, sia per riconoscenza che per riguardo agli impegni presi.

Qualcosa mi fa pensare che tali impegni non siano così vincolanti; d'altro canto, è aleatorio contare sulla riconoscenza di una persona fisica, figuriamoci cosa può valere la riconoscenza di una persona giuridica. Le facilitazioni che lo Stato Italiano ha concesso alla Fiat hanno avuto significato e ripagamento, in termini di occupazione e di sviluppo, nel momento in cui sono state recepite e sfruttate; per il resto, fanno solo parte della frustrante storia economica del Paese.

Tanto per rivangare questa inutile storia: c'è un aiuto di Stato di cui la Fiat ha goduto continuativamente per quarant'anni, che nessuno menziona e che nessuno ripropone; è stato l'incentivo più potente e più costoso che il Paese ha concesso alla sua industria preferita, il supporto strutturale che ha forgiato la Fiat e il Paese. Vale la pena di considerarlo in dettaglio.

Sto parlando delle svalutazioni competitive. Era un meccanismo semplice semplice: a cadenza più o meno regolare, nel periodo 1950 - 1990, la Lira, la moneta italiana, veniva svalutata rispetto alle altre monete; l'effetto immediato era che le merci italiane erano più convenienti negli altri paesi, mentre le merci degli altri paesi erano più care per gli Italiani: per cui, le industrie italiane potevano esportare di più all'estero e vendere di più sul mercato locale. La ricetta non era indolore: le materie prime, di cui l'Italia ha bisogno, vengono dall'estero e costavano anch'esse di più; si dava vigore alla spinta inflazionistica, vanamente contrastata con alti tassi di interesse; la "gente", i lavoratori dipendenti, perdevano potere d'acquisto e venivano progressivamente impoveriti, nonostante misure tampone come la "scala mobile". C'erano anche delle conseguenze più sottili e più durature: le imprese non avevano incentivi per migliorare né la produttività né la qualità del prodotto, visto che i profitti erano comunque garantiti dalla manovra sul cambio. Ad esempio: la Fiat ha tollerato un alto tasso di assenteismo e si è caratterizzata per automobili di bassa fascia e di scarso valore aggiunto. Tuttavia, il marchingegno funzionava: gli azionisti facevano utili, i lavoratori accumulavano privilegi, i politici approfittavano della pace sociale. Per non parlare della banche, che, in vista della prossima inevitabile svalutazione, scommettevano sul sicuro contro la divisa nazionale e venivano ripagate con profitti stellari.

A un certo punto, il giocattolo si è rotto. Le ragioni sono varie e pompose: ma in buona sostanza, l'operaio della Volkswagen di Hanover si è stufato di dover lavorare di più perché l'operaio Fiat di Torino faceva i comodi suoi. La fine della pacchia si chiama Euro. Al nostro sistema industriale è toccato svegliarsi dai sogni e affrontare una realtà così sgradevole, che in molti stanno tentando di tornare a dormire. Per il bene e per il male, Marchionne è uno di quelli che suonano la diana: quanto prima viene affrontata la spiacevole realtà, tanto meglio ne usciremo.

In questo bailamme di Globalizzazione, Sindacati, Azionisti, Diritti dei Lavoratori, Doveri dei Capitalisti, Vittorie di tutti e Sconfitte di nessuno, Mercato dell'Auto e Interventi del Governo, mi ha colpito la trasmissione l'"Infedele" de La7 che Gad Lerner ha dedicato all'argomento. Fatemi fare un premessa: qualcuno avrà pur letto il più importante romanzo di Camus (scrittore francese, in auge intorno agli anni 1950/1960), "Lo Straniero": dove il protagonista viene condannato a morte non tanto per il delitto che ha commesso, quanto per il suo svagato comportamento in occasione della morte e del funerale della madre. Ebbene: quel poco che ho seguito della trasmissione di Lerner girava intorno allo stipendio di Marchionne, a quanto guadagna e avrebbe guadagnato Marchionne, a quante paghe operaie corrispondevano tali guadagni, a come fosse inaudito che il percettore di un tale stipendio imponesse dei sacrifici ai suoi lavoratori, e via di questo passo. Alla fine della fiera, Marchionne non viene condannato per quello che fa, ma per quello che guadagna.

Per carità, ogni punto di vista è ... un punto di vista: vale per quello che è. A me può sembrare poco significativo, può elettrizzare altri. Mi interessa però come segnale di un preciso atteggiamento, legato alla classe sociale e più genericamente alla ricchezza. Non siamo tanto sensibili alla povertà (o alla ricchezza) altrui, quanto al divario fra la povertà degli uni e la ricchezza degli altri. Quello che ci scuote, che talvolta c'indigna, è il "delta", la differenza tra il benessere di tizio e la ristrettezza di caio. Tale deformazione della nostra coscienza sarebbe poco importante se non conducesse a dei paradossi: tipicamente, accettiamo di ridurre le possibilità di sopravvivenza di intere popolazioni pur di non permettere a qualcuno di diventare smisuratamente ricco. Sfortunatamente, il meccanismo del Mercato, unico strumento economico sopravvissuto al furore ideologico del ventesimo secolo, prevede esattamente questo: che i poveri possano diventare un po' meno poveri, a patto che i ricchi diventino spaventosamente più ricchi. Sarà il caso di metterci l'anima in pace e riposizionare le nostre priorità.

Prima o poi, scriverò qualcosa sulla povertà vera e sulla povertà percepita. Nel frattempo: vi condono i "consigli di lettura", andate in pace.

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