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Ma che bella guerra

La storia umana ha quasi sempre visto le guerre come scontri fra eserciti. Ci sono state delle eccezioni: ad esempio, le città assediate, che sembrano contrapporre un esercito contro un'intera popolazione; in realtà, anche in questi casi, la popolazione assediata era ben divisa fra i combattenti, che proteggevano le mura, e i "civili", che comunque non impugnavano le armi.

Questa "naturale" separazione ha una sua primitiva giustificazione nel fatto che donne, vecchi e bambini, più che aiutare nel combattimento, sono di impaccio; d'altro canto, tutti gli uomini prestanti erano coinvolti in quella sfida "all in": in caso di sconfitta, tutta la popolazione era alla mercè del nemico, che imponeva esecuzioni capitali, schiavitù, lavori forzati, sottomissione, pesantissime e periodiche sanzioni pecuniarie.

Con l'evolversi della tecnica guerresca, anche fra i maschietti si è creata una specializzazione e sono apparsi gli eserciti professionali. Tale evoluzione è stata guidata dallo sviluppo della tecnologia bellica, per cui il militare preparato e correttamente armato era molto più efficace dell'occasionale contadino usato come carne da cannone. Parallelamente, anche la vittoria si configurava sempre meno come la schiavitù della popolazione conquistata quanto piuttosto come l'indirizzare le sue tasse in una cassa piuttosto che in un'altra, lasciando comunque che svolgesse al meglio le sue attività produttrici di reddito; a queste condizioni, la volontà di combattere per la Patria era un po' meno sentita.

Ecco quindi la "guerra" come noi la riconosciamo: scontro fra eserciti di professionisti, poco o relativo coinvolgimento della popolazione non combattente, distinzione netta fra civili, che non partecipano alla guerra, e militari, che la fanno o si preparano a farla.

Anche questo scenario andrebbe corretto: la prima e soprattutto la seconda guerra mondiale hanno mostrato quanto sia utilizzato il ricatto verso la popolazione civile, sia in termini di rappresaglia, nel caso di un confronto con la guerriglia partigiana, sia come bombardamenti a tappeto per demoralizzare il Nemico, e possiamo citare Guernica, Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Ma il quadro generale resta quello precedente, gli "interventi" che coinvolgono i non combattenti sono accessori rispetto alla strategia complessiva dell'azione militare.

Veniamo ai giorni nostri e alla guerra attuale (5/1/2009) fra Israele e Hamas. Israele guerreggia alla maniera tradizionale, e si è assicurato una posizione vincente su tale scacchiere. Hamas gioca in maniera spregiudicata la carta della popolazione civile e ripone le proprie speranze nell'"asimmetria" di questa utilizzazione. Ci sono due fattori, in particolare, che vengono sfruttati da Hamas, e comunque da chi aderisce alle stesse soluzioni. Anzitutto: il nemico è una democrazia "seduta", nel senso che non è percorsa da particolari pulsioni idealistiche. In una situazione del genere, gli attentati terroristici contro la popolazione civile del nemico acquistano una molteplice risonanza: anzitutto, indeboliscono il gradimento del potere costituito dell'avversario, che ha per primo compito quello di proteggere i propri cittadini; enfatizzano la visibilità dell'organizzazione che sta dietro all'attentato, e con ciò gli guadagnano nuovi aderenti, alleanze, supporti: e tutto ciò con un "investimento" in termini di risorse e di organizzazione ridicolmente basso; pongono il problema alla base del conflitto sul tavolo delle organizzazioni internazionali, che possono aiutare i terroristi, visti come la forza più debole che rivendica il suo diritto.

Secondo fattore: la comunità internazionale e il suo "umanismo". Nel caso l'attacco alla popolazione civile provochi la reazione del nemico, che inizia una guerra tradizionale, questa viene combattuta ancora tramite la popolazione civile, la propria, questa volta: infatti, se i combattenti, le armi, l'apparato militare sono intessuti fra la popolazione civile, qualsiasi azione contro i terroristi si tramuterà in un'azione contro la stessa popolazione civile; se portata a compimento, provocherà vittime innocenti. Queste vittime sono un'arma preziosa: servono infatti a sollecitare la pietà del mondo e a scaricare riprovazione sul nemico. Tale riprovazione può arrivare a fermare l'azione bellica e a conseguire la "vittoria" da rivendere poi sui tavoli negoziali e di preponderanza regionale.

Esemplare resta il caso di quel comandante di Hamas che, in caso di attacco aereo, mandava mogli e figli sul tetto della casa dove custodiva materiale bellico. Da una parte, storicamente, il nemico non osava sparare sui civili, e così si salvava l'arsenale; dall'altra, quando il nemico ha abbattuto la casa, così come è successo, i giornali di mezzo mondo si sono riempiti della riprovazione per chi ha ucciso quattro mogli e dieci figli. Una strategia vincente.

Si può fare qualcosa, contro questi metodi? Visto che essi si appoggiano su fondamenti consolidati della democrazia, sono questi stessi che vengono messi in discussione. Sostanzialmente, si tratta di intervenire sulla comunicazione: abbattere la risonanza di azioni terroristiche; rendere più plateale e condivisa, anche a livello internazionale, la riprovazione per le morti dei "propri" civili; focalizzare lo spirito nazionale su obiettivi "alti" che rimettano in prospettiva la morte di "pochi" civili ad opera dei terroristi; rendere evidente e dichiarato che le vittime civili dell'avversario hanno lo stesso valore che le nostre hanno per lui; reagire ad un atto di terrorismo con tutta la potenza con cui si reagisce ad un atto di guerra dichiarata.

C'è comunque un errore da non commettere: non bisogna sottovalutare il terrorismo. Si tratta di Guerra, a tutti gli effetti, a cui si reagisce come si reagisce in Guerra. C'è una volontà di esecrazione, nella parola terrorismo, che rischia di mascherarne l'efficacia e la pericolosità. E' bene che, sia a livello nazionale che a livello internazionale, venga preso per la minaccia che è.

E' il momento di tornare al sito che in generale di occupa della Guerra.

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