Inventario delle Identità

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La favola del 42

C'era una volta, in un paese lontano lontano, un re che viveva felice, sposato con una bellissima regina, che gli aveva dato dei figli forti e coraggiosi; era amato dal suo popolo e lavorava perché alla sua gente non mancasse il necessario e ci fosse spazio per il superfluo. Ma, c'era un ma. La suocera del re, la madre della regina, era quanto di più violentemente pestifero ci fosse al mondo: brutta, cattiva, intransigente, intrigante, malefica. Sembrava al re che si facesse un punto d'onore nel rendergli la vita difficile e agra. Per molto tempo il re aveva cercato di risolvere il problema: ma la regina era profondamente legata alla madre e non voleva saperne di allontanarla dalla corte; inorridiva poi all'idea del re, che sognava di sbatterla nelle reali galere e dimenticarsene.

Pensa che ti ripensa, il re trovò una linea d'azione; complessa sì, ma fattibile. Bisognava che la suocera stessa decidesse di lasciare il regno: ma come obbligarla a prendere quella decisione? Dovete sapere che l'augusta genitrice aveva una passione viscerale per le scarpe: ne comprava di tutti i tipi, di tutte le fogge, di tutti i colori; ne aveva una collezione sterminata, che venti valletti spolveravano religiosamente tutti i giorni; la metà giornata in cui non tormentava il povero sovrano, la dedicava a provarsi un paio di scarpe piuttosto che l'altro, a comprare un mocassino o uno stivaletto, un sandalo o uno scarpone. Tutti rigorosamente del numero 42, che corrispondeva alla ripettabile taglia delle nobili estremità della Signora. Cosa sarebbe successo, si chiese il re, se la suocera non avesse più trovato nel regno scarpe del suo numero? E se, magari, uno sfortunato incendio avesse distrutto la collezione di scarpe che già possedeva? Sicuramente, si disse, avrebbe fatto un viaggio fino al regno vicino, per soddisfare la sua passione; e magari ci sarebbe rimasta: fra le adorate scarpe e la prospettiva di continuare a perseguitare il genero, magari le scarpe avrebbero avuto la meglio.

Detto fatto, si mise al lavoro con i suoi ciambellani e i suoi avvocati, fino a redigere un editto reale che vietava a tutti i ciabattini, artigiani, industriali del regno di progettare, modellare, tagliare, incollare, inchiodare, riparare scarpe del numero 42; che vietava a tutti i commercianti di comprare e di vendere scarpe di tale numero; a tutti gli importatori di negoziare qualsiasi prodotto estero che avesse anche remotamente a che fare con scarpe del numero 42. Certo, le motivazioni dell'editto erano poco chiare e vagamente cervellottiche; ma non più di altre iniziative che comunque rendevano il regno felice e ben organizzato.

La legge fu promulgata e fatta osservare, come era costume di quel regno felice. Dapprima, gli effetti furono scarsi: ognuno aveva un paio di scarpe da utilizzare, e se proprio proprio doveva comprarle, prendeva delle scarpe del 43 o soffriva un po' nelle scarpe del 41. D'altro canto, la maledetta suocera dava segni di grave insofferenza e sembrava al re che presto si sarebbe allontanata. Solo che, col passare delle settimane, cominciò a serpeggiare un grave malcontento popolare. Man mano che le scarpe in uso si consumavano, i portatori del 42 si trovarono in difficoltà e, imbestialiti dalle scarpe troppo larghe o troppo strette, si organizzarono in una setta segreta, che aveva nome "i quarantadue" e nascostamente cuciva ciabatte del numero contestato; vennero stampati e diffusi dei manifestini, che criticavano la corte e sostenevano l'uguale dignità di tutti i numeri di scarpe; i portatori dei numeri 41 e 43, timorosi che l'iniziativa regale non colpisse anche loro, richiesero a gran voce un controllo podalico degli editti reali; fin dentro alla Guardia Reale, lo sceltissimo corpo di militari che custodiva la sicurezza del re e della sua corte, si infiltrò una cellula di rivoltosi che, non trovando sostituzione per i loro stivaloni neri del numero 42, lucidissimi ma lisi, cominciarono a congiurare contro la Corona.

Chissà come finisce la favola. Forse la terribile suocera, forte dell'appoggio popolare e militare, rovescia l'ingenuo sovrano e instaura una dittatura di stampo sovietico; oppure il re rinsalda il proprio proposito e manda a morte tutti coloro che portano la scarpa 42, ritrovandosi un regno più snello e più gestibile: e senza suocera; oppure ancora, più tradizionalmente: la collezione di scarpe della suocera si salva dall'incendio, le scarpe vengono prese dalla popolazione di cui subito alleviano le sofferenze, la suocera muore di crepacuore per l'oltraggio subito dalle sue calzature e tutti vissero felici e contenti. Quello che mi interessa è immaginare come un dettaglio in verità poco significativo, come può essere il numero di scarpe portato dal mio amico Giacomo Noseda, si può trasformare in un confine identitario se viene estrapolato ed evidenziato: soprattutto, se diventa motivo di discriminazione e di violenza. Insomma, la distinzione fra caratteristica aleatoria e identità condivisa è discutibile, dinamica e inevitabilmente legata alle circostanze nelle quali le persone si trovano a vivere.

Ne parliamo meglio in La molteplicità delle identità  , il prossimo capitoletto.

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