Inventario delle Identità

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L'Innocenza dei Musulmani

Bisognerà pur dire qualcosa su questo film, sulla reazione che ha suscitato, sullo scenario che rivela, sul futuro che predispone.

Del film, che a quanto si dice dovrebbe durare due ore, si conosce solo un trailer di un quarto d'ora. Vi viene raffigurato un Maometto pedofilo, donnaiolo, stupido e imbroglione, comunque esecrabile. Dopo un'attribuzione iniziale ad un "regista ebreo israeliano" e a "finanziatori ebrei", sembra che il film sia dovuto a Copti immigrati negli Stati Uniti. Il film era uscito nelle sale americane a Giugno, suscitando scarsa attenzione; è poi stato tradotto in arabo e il trailer è stato messo su YouTube; a quel punto, si è verificata una violenta protesta araba per difendere l'onore del Profeta; tale protesta  è stata indirizzata contro gli Occidentali in genere e gli Americani in particolare, con diverse manifestazioni nelle varie capitali musulmane. Nel corso di una di queste manifestazioni, a Bengasi in Libia, sono stati uccisi l'ambasciatore degli Stati Uniti e tre marines di guardia all'ambasciata.Il risentimento antioccidentale continua a manifestarsi a vari livelli. I governi occidentali deprecano i contenuti offensivi del film ma difendono la libertà di parola e di espressione.

A prima vista, si tratta di Sacro contro Sacro: la sacralità di Maometto contrapposta alla sacralità del diritto di espressione, Islam contro Occidente, incomprensione contro incomprensione. Proviamo ad analizzare più in dettaglio.

Partiamo da una interessante asimmetria identitaria. I Copti (emigrati) attaccano la sacralità dei Musulmani; probabilmente, si tratta di una reazione a soprusi secolari che la  comunità Copta ha dovuto subire in Egitto, ma al momento non ci interessa. I Musulmani non se la prendono con i Copti, ma con l'intero Occidente. Perché? Da una parte, la rabbia esige semplificazione e immediatezza, non tollera distinzioni e investigazioni obiettive. Ancora: l'origine "identitaria" del film è stata camuffata e smentita più volte, fino a creare un ginepraio incompatibile con l'urgenza della reazione viscerale di chi si sente colpito nel centro nevralgico della propria religiosità. Ancora: il film è stato girato in America, sono i mezzi informatici dell'America, Internet e YouTube, che propagano la "vergogna" intollerabile per i Veri Credenti. E' un processo a suo modo speculare rispetto a quello per cui, a fronte dell'attentato delle Torri Gemelle portato a termine da Al-Qaida, gli Stati Uniti hanno invaso l'Afghanistan. Ancora: esiste un'obiettiva "alleanza" fra Copti e Occidente, mediata dal comune Cristianesimo; l'amico del mio nemico è mio nemico, eccetera. 

Non è così. Al solito, stiamo ignorando l'elefante in salotto. Alla base (Al-Qaida ... ?) c'è una contrapposizione in atto fra Occidente e Islam; uno scontro di Civiltà che non ha altre giustificazioni se non la profonda intolleranza dell'uno per l'altro, la condivisa convinzione dell'impossibile contemporanea sopravvivenza. Uno scontro che va avanti da vari decenni e che si gonfia sempre più prendendo a pretesto ogni episodio, ogni interpretazione, ogni nuova faida.

Non è un processo lineare. La politica estera del presidente Obama, da una parte, e la Primavera Araba, dall'altra, sono stati tentativi per fermare la valanga del mutuo e contrapposto integralismo. Al momento, sembrano falliti entrambi: anzi, proprio questi sforzi di riconciliazione sembrano essere  risucchiati dal gorgo della contrapposizione violenta e dare nuova esca all'incendio in corso; Obama rischia di non essere rieletto proprio per l'assassinio del suo ambasciatore in Libia, le Primavere Arabe lasciano spazio ai peggiori fanatismi, che se ne appropriano e se ne proclamano rappresentanti. Bisognerà trovare delle nuove strategie: più solide, più determinate, più efficaci.

Da cosa è provocata l'ira funesta dei Musulmani? Non sono un Musulmano, facciamo uno sforzo di immaginazione. L'offesa al Profeta è associata alla negazione di Dio, alla destituzione dell'Islam, alla negazione dell'Identità Musulmana stessa. Non basta: se specularmente offendessero l'Italianità mi dispiacerebbe, ma non ucciderei chi mi provoca. C'è qualcosa di più. Sembra che venga messa in dubbio la mia stessa giustificazione esistenziale. E' qualcosa che ha a che fare con il nucleo della mia educazione, con la mia storia familiare, con la definizione dei miei rapporti con gli altri e della mia collocazione nel mondo. L'offesa al Profeta mette in dubbio la motivazione del mio esistere. L'offesa al Profeta è un offesa a me personalmente, anzi, è un'aggressione in piena regola, che cerca di togliermi la mia basilare ricchezza, il mio equilibrio, la mia ragion d'essere. Questo perché l'Identità che viene aggredita è profondamente radicata in tutto quello che sono.

Come funziona questo radicamento così esclusivo? Da una parte, un'educazione particolarmente chiusa ed ideologicamente indirizzata; inoltre, un intenso coinvolgimento religioso, una diffusa propaganda integralista, la mancanza di interessi o giustificazioni alternative; anche: la gioia dell'odio, la possibilità di sfogare in violenza una persistente incapacità sociale, la risonanza ideologica e il sicuro anonimato delle dinamiche di folla. Non basta, di nuovo. Deve essere presente un'incertezza di fondo, una paura, un'angoscia. Qualcosa da esorcizzare. Il sospetto che abbiano ragione "gli altri". Che Maometto non sia importante. Che la Guerra sia già perduta. Che la Guerra sia perduta perché non ci siamo impegnati abbastanza per vincerla, che non abbiamo avuto abbastanza Fede, che non abbiamo pregato con sufficiente trasporto, che non abbiamo combattuto con la necessaria decisione. Un Senso di Colpa. La conseguente volontà di essere più ortodosso di chiunque altro, più oltranzista, più audace. Comunque: la diffusa convinzione di essere in Guerra, convinzione che giustifica qualsiasi scorciatoia, qualsiasi iperbole.  Ancora: competizione su questi temi con i parenti, gli amici, i conoscenti, i passanti; volontà di affermazioni individuale in un contesto che è comunque approvato e benedetto dall'emozione prevalente.

Non dimentichiamo il legame familiare. L'offesa a Maometto incrina lo stampo sociale da cui scaturisco, e in particolare la fede di mio padre, la dedizione di mia madre, la vicinanza dei miei fratelli, la purezza del mio matrimonio, le speranze dei miei figli. Mi ha sempre colpito l'accesa reazione dei Romani all'imprecazione: "Li mortacci tua", di per sé un'oscura e generica offesa ai defunti del bersagliato; è possibile che l'offesa a Maometto, per i Musulmani, si situi sullo stesso versante: qualcosa di interiormente destabilizzante, da una parte, e che richiede una pronta reazione, dall'altra. Solo, la scala di applicazione non è individuale ma coinvolge tutto il mondo islamico.

E non dimentichiamo il mantra della Punizione e della Vendetta. La nostra sofferenza può essere alleviata se a chi ce l'ha inflitta viene somministrato un dolore equivalente o maggiore. Il meccanismo di tale riequilibrio è complesso: la violenza subita viene sentita come personale Disconoscimento, che richiede un analogo Disconoscimento per essere recuperato; la vendetta è anche giustificata dalla necessità di evitare il ripetersi dell'oltraggio, e questo richiede anzitutto che l'offensore abbia da perdere più di noi nello scambio; tale modalità deve essere ben visibile e va capillarmente diffusa,  in modo da evitare che altri vogliano imitare l'occasionale reprobo. E' il ragionamento per cui l'Iran attribuisce il nuovo oltraggio alla mancata uccisione di Ruschdie, che era stato condannato a morte venti anni fa per un suo scritto irriguardoso nei confronti del Profeta: se Ruschdie fosse stato ucciso a suo tempo, è la spiegazione delle autorità persiane, più nessuno avrebbe avuto il coraggio di perpetrare delle offese similari; l'Iran, pertanto, ha aumentato la già consistente taglia che ha promesso per l'uccisione di Rushdie.

Mancano ancora due elementi essenziali: l'Autorità e la Comunicazione. La rabbia popolare viene modulata e organizzata dai Leader: che a loro volta possono essere mossi dalle motivazioni che abbiamo già enunciato ma anche da considerazioni personali, politiche o geo-strategiche. La vicinanza delle manifestazioni scoppiate in Libia con l'anniversario dell'11 Settembre sembra un segnale di persistenza della Guerra guerreggiata. Il Predicatore che aizza la folla e ne ottiene un'esplosione di violenza è un modello storicamente ben noto; necessita di un substrato di indignazione e di frustrazione, di un obiettivo facile e soddisfacente. La folla (ogni singolo partecipante della folla) vive un percorso favolistico che possiamo immaginare così: l'iniziale, generalizzato benessere della quieta osservanza religiosa; lo scompiglio e la tragedia irradiata dall'inopinata, subdola e devastante offesa al Profeta; la durissima lotta per vendicare l'oltraggio subito e riconquistare il favore del Cielo; il trionfo finale, colmo di bene per tutti i presenti e per le generazioni future. Il Predicatore che riesce a sobillare la folla fino alla violenza ne ricava lustro per sé, importanza fra i suoi pari, investitura popolare, peso sociale e possibilità di carriera politica; a meno che la sua azione non facesse già parte di un piano preordinato per obiettivi più ambiziosi. Tutti contenti.

E' interessante come la violenza diventa un obiettivo di per sé, a prescindere dall'elaborazione razionale: vale il piacere dell'Odio. Il giorno dopo l'uccisione dell'ambasciatore in Libia, in Sudan (mi sembra) un Predicatore ha parlato di presunte scritte ingiuriose su una moschea in Germania; tanto è bastato perché l'ambasciata della Germania in quel paese venisse messa a ferro e fuoco. Non più quindi il film su Maometto, ma qualsiasi altra malefatta che si potesse attribuire ad un Occidente che comunque è il nemico contro il quale scagliarsi, qualsiasi bandiera innalzi o qualsiasi ipotesi criminale venga affrontata.

La Comunicazione notifica l'esistente ma delinea anche il mondo delle  possibilità. Ritorniamo alla mia prediletta tripartizione dell'ambito comunicativo. La Comunicazione rivela che è successo questo e quello, in particolare, che esiste un film che insulta Maometto, che il film è stato girato in America, che il trailer del film è disponibile su Internet. Il Reale è manovrabile: il film era in circolazione già da tempo, è stato "pubblicizzato" quando lo si è ritenuto opportuno. La Comunicazione propaga un messaggio etico, o comunque una linea di intervento sulla realtà: ciò che è stato fatto è esecrabile, è necessario mobilitarsi e manifestare il nostro dissenso, altri lo hanno fatto o lo stanno facendo; rientra nella alternative possibili, e indirettamente viene proposto, il saccheggio delle ambasciate e le violenze verso gli occidentali. Last but not least, l'impatto emotivo della corale indignazione, delle sconvolgenti parole del Predicatore, della partecipazione all'azione vandalica e distruttiva, del condiviso trionfo contro i malvagi, costituiscono il premio aggiuntivo di una degna giornata.

E' Comunicazione il film stesso, il pretesto da cui è partita l'ondata di violenza. Il film è e vuole essere  offensivo nei confronti di Maometto: obiettivo raggiunto, specie nei confronti di una sensibilità particolarmente esacerbata. E' un atto di Disconoscimento nei confronti dell'Identità Musulmana; probabilmente, nasce come rivalsa rispetto al secolare Disconoscimento a cui è sottoposta la Comunità Copta in Egitto; in un certo senso, può essere interpretato come un atto di Guerra. Rientra comunque nell'ambito della libertà di espressione, così importante per la struttura ideologica del mondo occidentale. La giustificazione di tale diritto deriva probabilmente dalla constatazione che le parole, da una parte, sono difficili da intercettare, dall'altra, non portano eccessivi danni al potere: per cui, tanto vale non correre loro dietro ma bensì precederle con una accurata e diffusa propaganda filogovernativa. Solo che tale concetto probabilistico ha una sua ragion d'essere in contesti politici, non è tollerabile quando impatta contro la Religione; non è che un offesa a Maometto possa essere controbilanciata da una campagna di diffusione del Corano, anche perché tale azione promozionale è comunque in atto. L'offesa a Maometto pertanto deve trovare altre strade per essere esorcizzata, non deve essere considerata ammissibile. Da qui l'asimmetria e il contrasto fra i due mondi, quello islamico e quello occidentale.

La parte più difficile di tutto il discorso: che si fa? Vietare qualsiasi Comunicazione occidentale che possa infastidire i Musulmani e piegarsi quindi a un ricatto la cui portata è nelle mani dei nostri avversari? Ribadire la nostra libertà di espressione e metterci quindi nelle mani dei nostri fanatici, sempre pronti a spingere un po' più in là l'asticella di ciò che è sopportabile dalla controparte? Dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, cercando di riguadagnare il controllo di quello che sta succedendo senza negare "troppo" le nostre libertà né infliggere ferite "eccessive" alla sensibilità degli Islamici? Probabilmente, quest'ultimo approccio è l'unico ragionevole; il più difficile, il meno ideologico, il più esposto a critiche e a fallimenti, ma l'unico che permette di barcamenarsi senza troppi disastri fino a quando il problema non si attutisce da solo. Cosa che può richiedere del tempo: lo Scontro di Civiltà non accenna ad acquietarsi, per il momento. Spero che gli infiniti, noiosi dettagli che ho inserito in questo post possano essere d'aiuto nell'affrontare lo sfibrante esercizio di riavvicinare i due mondi: probabilmente, tutti gli ostacoli andranno considerati, tutte le peculiarità richiederanno il loro spazio.

C'è una illusione che va sfatata: l'idea di costruire dei Muri che isolino i due contesti in lotta e li lascino evolvere indisturbati, ognuno per i fatti propri. Questo perché il problema è legato alla Comunicazione, e mai come oggi la Comunicazione è stata tanto pervasiva e globale. Nessun muro è più abbastanza solido da bloccare il flusso di informazioni che si riversano da tutte le parti. Inoltre, i Muri hanno bisogno di un confine: e i confini stanno sparendo. Da una parte, l'Occidente si proietta nei vari paesi islamici con le sue missioni, i suoi prodotti, la sua ricerca di forza lavoro, i suoi investimenti; chiamiamolo effetto Coca Cola. Dall'altra, ogni grande città occidentale ospita una colonia di Musulmani, che mantengono i legami con la terra d'origine pur essendo più o meno integrati nel contesto locale. Una situazione a macchie di leopardo che non consente semplificazioni.


 

 

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