Inventario delle Identità

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Intercapedine

L'ho già detto (ricordate? si parlava di Verità), ma lo ripeto. La nostra conoscenza del mondo è per forza di cose mediata: dipende in massima parte dalle informazioni che altre persone ci hanno trasmesso. In famiglia, a scuola, conversando con gli amici, sui libri, in televisione, su Internet, dappertutto, in ogni occasione, abbiamo assimilato da altri le nostre conoscenze, la nostra Immagine del Mondo. Anche nelle rare situazioni in cui abbiamo avuto un'esperienza diretta della realtà, tale esperienza è stata comunque filtrata da ciò che ci aspettavamo, da quello che sapevamo, da dove focalizzavamo la nostra attenzione: quindi, da idee precedenti, in massima parte indirette e ritrasmesse.

E' quello che io chiamo l'Intercapedine: una morbida ma persistente guaina che avvolge tutta la realtà; la quale realtà si lascia bensì afferrare, ma solo quando è "protetta" da tale corazza.

Non vorrei essere frainteso. Le informazioni che abbiamo da amici e parenti, da mezzi elettronici e mezzi cartacei, sono in larga media corrette ed affidabili; la nostra Immagine del Mondo è prevalentemente condivisa dall'Umanità intera, non solo, essa ci permette di operare efficacemente e conseguentemente per raggiungere i nostri obiettivi: dunque, è giusta, almeno per quello che ci serve.

Tuttavia, ogni tanto l'Intercapedine diventa un ostacolo di cui tener conto: e naturalmente, questo riguarda sovente il coinvolgimento identitario. Un esempio celebre è stato il processo a Galileo: dove sistema Tolemaico e sistema Copernicano, verità religiosa e verità scientifica, Fede e Ragione si sono trovate contrapposte. Ma lasciamo stare le grandi dispute epistemologiche: è nella vita di tutti i giorni che un'appartenenza piuttosto che l'altra "modificano" la realtà; il fuorigioco negato che indubitabilmente "c'era", la violazione delle leggi umane e divine dell'automobilista che mi ha superato, la strafottente provocazione dell'immigrato che lavora con me, l'aura di Mistero che circonda le spoglie di Padre Pio. In definitiva, talora più, talora meno, le nostre appartenenze identitarie sanciscono il nostro rapporto con la realtà e la nostra percezione di ciò che ci circonda.

Potrei ricamare per una vita intorno a questo concetto; lasciatemi almeno sottolineare due situazioni. Anche lo scienziato "inventa" la realtà, prima di scoprirla; cioè, fantastica su un'ipotesi di lavoro, cerca di dimostrarla e "forza" i risultati sperimentali per ottenere conferma di ciò che gli piacerebbe ottenere. Talvolta gli va bene, talvolta no: ma il processo è analogo a quello di chi, coinvolto identitariamente, trova tutte le possibili sottigliezze per rinnegare gli accadimenti che non si conformano al suo quadro identitario ed enfatizzare quelli a favore. Berlusconi non ha mai commesso niente di inappropriato e le accuse contro di lui sono solo calunnie, per un verso. Berlusconi è un criminale incallito che continua a sfuggire alla giustizia grazie alle sue televisioni e ai suoi soldi, per l'altro. Sulla stessa lunghezza d'onda, potete sintonizzarvi sui Complotti.

La seconda osservazione è più "filosofica". E' con l'Evo Moderno che si manifesta una certa incertezza nei confronti della realtà. Si comincia con "La vita è sogno", di Calderòn de La Barca, commedia del Mille e Seicento. La trovate riassunta su Wikipedia: quello che mi interessa sottolineare è la percezione di un certo "sfaldamento" del reale. Nello stesso secolo, Cartesio immagina che il Mondo sia solo un'illusione creata da un "demone" che vuole ingannarci; il filosofo troverà poi la maniera per negare tale assunto, ma è interessante che l'abbia proposto. Quest'idea, di una realtà ingannevole, secondo me è collegata alla diffusione sempre più capillare dell'informazione mediata, specie dopo l'invenzione della stampa. Come se, parallelamente alla prima rivoluzione informatica, un'inquietudine, un sospetto si stesse diffondendo.

Teniamola presente: quell'incertezza è ancora qui con noi.

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