Inventario delle Identità

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In memoria di Hina

E se provassimo ad utilizzare questo marchingegno fatto di identità, etica, comunicazione ad un caso concreto?

Beh, non proprio concreto. Sto pensando ad un "topos" tipico del dibattito comunitario: la richiesta che i figli conservino l'identità "forte" delle famiglie di origine. Ne abbiamo esempi a bizzeffe: vale per la figlia di mussulmani immigrati in Occidente a cui non è permesso atteggiarsi a "Italiana" (ed è il caso di Hina, la ragazza uccisa dalla sua famiglia perché irrispettosa del suo ruolo tradizionale); per il ragazzo ebreo che "deve" sposarsi  con una ragazza ebrea;  per l'interdizione ai matrimoni "con i terroni", ancora presente in certe aree del Nord padano; per certe separazioni di censo, di sesso o di partito che alcuni genitori impongono alle compagnie dei figli. E' la giustificazione delle scuole più o meno identitarie che si riscontrano nelle nostre città: la scuola ebraica, la scuola mussulmana, la scuola svizzera, la scuola americana; per non parlare di altri circoli, negozi, luoghi di riunione, iniziative sociali, tutte più o meno identitariamente connotate.

Si tratta di un esempio della contraddizione fra la predicazione democratica dell'autonomia dell'individuo e la convinzione dell'importanza del coinvolgimento identitario e della necessità di tramandarlo alla generazione successiva. Visto che sembra il nucleo di tutto questo sito: c'è qualcosa di nuovo che posso dire? Beh, posso sicuramente dire che il problema è complesso. Proverò ad elencare alcune delle sue sfaccettatture, magari qualcosa ne salterà fuori.

Anzitutto: l'autonomia. E' uno dei miti obbligatori della democrazia occidentale: non che non esista in sé, ma raramente viene ridimensionata alla luce della comunicazione e della propaganda alla quale la persona viene sottoposta. Siamo tutti molto meno "autonomi" di quanto crediamo. Per metterla in altra maniera: la famiglia, mediante il proprio impatto comunicativo, cerca di forzare il nuovo membro ad entrare nell'ambito identitario prescelto; alcune volte la comunicazione che proviene dall'esterno dell'ambito famigliare si sovrappone a quella famigliare e la contrasta, la vince, l'annulla. L'elemento tutto sommato casuale di tale prevalenza dovrebbe convincerci a considerare con più cautela i sacri diritti dell'autonomia; o, almeno, a non ritenerli "naturali" e scritti nelle stelle.

La ribellione dei giovani. Non starò qui a pontificare sulla tendenza della nuova generazione ad opporsi a quella precedente: troppo se ne è già detto, e non è il mio campo. Assumiamo che una tendenza del genere è presente in ogni generazione, è probabilmente evolutivamente raccomandabile e dobbiamo farcene una ragione. Quello che soprattutto mi interessa è che, molto spesso, tale ribellione assume la forma di una scelta identitaria, in contrapposizione o almeno in differenza rispetto ad una delle identità del gruppo parentale. Insomma: gli attentatori di Londra, volendo essere più mussulmani dei loro mussulmani genitori, si sono ribellati aderendo fino in fondo al terrorismo islamico; la povera Hina ha scelto di vivere all'occidentale e la sua religiosa famiglia islamica l'ha assassinata. La direzione della ribellione è stata diversa, i risultati sono stati ugualmente drammatici. Soprattutto, come ogni genitore vi confessa: ci si può fare ben poco. Certo: esistono famiglie più tolleranti o più severe, un maggiore o minore indottrinamento interno alla famiglia, una "giustizia" famigliare più o meno applicata: ma la componente del conflitto sembra inevitabile.

Un'altra parola chiave: migrazione. Sembra che i drammi più sentiti e le diatribe intellettuali più serie su questi argomenti siano legate alle situazione di immigrazione, situazioni nelle quali un nucleo identitario si trova immerso in qualcosa di diverso da sé. Certo, è un problema parallelo all'impatto della comunicazione che è stato richiamato precedentemente: quanto più vicino, quanto più presente è il mondo alternativo con cui ci confrontiamo, tanto più importanti saranno le spinte che porteranno verso di lui o contro di lui. Forse, c'è qualcosa di più. Il migrante è costituzionalmente più intraprendente, più attivo, più flessibile di quelli che sono rimasti a casa. Persegue un progetto di vita predefinito ed affronta numerosi sacrifici per raggiungerlo. E' per lui importante sia adattarsi alla realtà nuova nella quale si è inserito, sia conservare un legame con le sue radici e con la sua identità originaria: pertanto, definisce un personale paradigma identitario nel quale combina la vecchia e la nuova appartenenza, le fedeltà irrinunciabili e i tradimenti necessari, e lo usa per rapportarsi al mondo circostante. La trasmissibilità di questa particolare identità è naturalmente più a rischio rispetto alle identità consolidate, e a loro modo più coerenti, dell'ambiente che ha accolto i migranti o dell'originale tradizione di provenienza. Ecco quindi che, da una parte, la nuova generazione cerca un adattamento personale che non necessariamente coincide con quello famigliare; dall'altra, che una mancata trasmissione identitaria viene percepita dai genitori come un fallimento definitivo per un'impresa sofferta e rischiosa. Per contro, la fedeltà all'identità originaria passando da una generazione all'altra assume il valore di un successo esistenziale.

Crescita delle identità. Le identità forti hanno generalmente una tendenza ad ingrassare, a formare nuovi membri. Forse, sto personalizzando un po' troppo un concetto astratto: ma è come se fossero entità autonome che cercano di sopravvivere ad ogni costo; è chiaro che più "cellule" costituiscono il "corpo" dell'identità, più florida è la sua salute e più lontana la sua eventuale scomparsa. Se questa tendenza è inavvertita là dove quella stessa identità è data per scontata, essa si presenta in tutta la sua forza nelle situazioni a rischio di assimilazione, forzando la costruzione di appositi argini e barriere.

Possiamo dedurne qualche ragionevole consiglio per gli acquisti? Un po' meno di sicurezza e prosopopea da parte della trionfante democrazia occidentale: non è detto che la sua sia l'unica strada possibile, e forse nemmeno la strada maestra. Attenzione, controllo e coscienza in merito alle comunicazioni: sia quelle interne al gruppo, sia quelle che al gruppo arrivano dall'esterno; anche se la volontà di scuole separate la dice lunga sull'esistenza e la messa in atto, già ora, di barriere contro la formazione allotropa da parte degli immigrati. Più che formare surrettiziamente la nuova generazione, si tratta di convincere la vecchia generazione che parte del patto di accoglienza è anche una maggiore accettazione delle regole, delle abitudini e della comunicazione locale: ritorno ad Ellis Island.

In conclusione: consentire la separazione dei "loro" figli dai nostri, anche a costo di limitare la libertà di quegli stessi figli? Beh, sì e no. Dipende dal paese, dall'ambiente, dal momento storico. Da cosa sia quella limitazione, da quali regole del paese ospitante vengono violate. Soprattutto: da quello che il paese di accoglimento è disposto ad accettare. Ma dev'essere qualcosa di chiaro e di definito all'interno del contratto virtuale che il migrante sottoscrive quando decide di vivere in un altro paese.

Torniamo ad occuparci di Peccati.

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