Inventario delle Identità

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Giustizia e Amnesia

Cosa prevede il codice per un assassino che abbia perso la memoria? Suppongo che venga imprigionato comunque, perché lui "è" il colpevole del reato: questo a presciendere dal fatto che se ne ricordi, ne porti un'effettiva responsabilità, sia psicologicamente in grado di ripetere il reato commesso, o addirittura che condivida la stessa "anima" che ha commesso il reato.

E' solo una conferma: la punizione del reato, comminata dal giudice, ha molto più un valore punitivo che un valore rieducativo; infatti, in certi casi la rieducazione potrebbe già esserci stata: ma è la punizione che deve aver luogo. Forse non è neanche solo una volontà di vendetta quanto la necessità di compiere un rito sacrale, dimostrare la giustezza delle propria giustizia, adempiere ad un dovere identitario.

Lo ammetto, è un caso un po' anomalo, suggeritomi da una puntata di Criminal Minds andata in onda stasera (15/3/2009). Tuttavia, il caso può essere più frequente di quanto pensiamo: che senso ha processare o imprigionare un assassino venti anni dopo il delitto? E' ancora la stessa persona? Ripeterebbe ora i delitti commessi, visto che non l'ha fatto in vent'anni? Chi puniamo, il suo lui di adesso per il suo lui di allora, presumibilmente due persone diverse?

Sono gli interrogativi che sorgono quando vengono processati adesso i nazisti del Terzo Reich: ottuagenari rinchiusi in un'altra dimensione, rispetto a ciò che hanno commesso. La riflessione pesa anche dall'altra parte: se la nostra amministrazione della giustizia è, almeno in parte, un rito identitario, la mutevolezza del mix identitario ne condiziona l'evoluzione e l'applicazione, a dispetto delle nostre aspirazioni di assoluto. Peccato.

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