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Attenzione

Once in Marketing, forever in Marketing. Già, sono passato anche da quell'ufficio lì. Perdonerete il mio piglio da pubblicitario in pensione.

La comunicazione necessita di un'emittente, di un mezzo e di un ricevente. La "porta" di accesso a quest'ultimo, per le comunicazioni che qui ci interessanto, è l'attenzione: da essa dipende la possibilità di incidere sull'anima del destinatario e lasciarvi una traccia. La "scienza" che indaga i meccanismi di questa materia è la Pubblicità: è lei che categorizza gli infiniti trucchi per arrivare a suscitare interesse. E' lei che suggerisce di sfruttare richiami umoristici, estetici, sessuali, di status, identitari, emozionali in senso lato, apodittici, autoreferenziali; questi ultimi sono quei messaggi pubblicitari che negano se stessi, che si contraddicono, le meta-pubblicità che riflettono sul fare pubblicità. Qualsiasi cosa, pur di ottenere la nostra attenzione.

Purtroppo, la battaglia non è solo divertente; un'altra arma nelle mani dei pubblicitari è l'infinita, estenuante ripetizione del logo e dello slogan: qualcosa di tormentoso che si infila sotto la nostra attenzione ma condiziona il nostro comportamento. Comunque: catturare la nostra attenzione in un singolo, folgorante messaggio è sempre meglio; se non altro, costa di meno.

La rincorsa alla nostra attenzione vede impegnate le migliori menti, le culture più evolute; e produce risultati eccellenti, talvolta al limite del virtuosismo. Guardatevi "La Notte dei Pubblivori", se non ci credete.

Lasciatemi comunque stilare due commenti. Non vorrei essere irrispettoso: ma buona parte dell'Arte medioevale e rinascimentale serviva a pubblicizzare la Chiesa, a rendere più sopportabili le monotone funzioni, ad avviare il fedele verso la giusta dimensione spirituale, a coinvolgere anche visivamente gli astanti, insomma, a far le veci di una televisione che ancora non c'era, ad impegnare l'attenzione degli astanti con qualsiasi mezzo.

A proposito dei giornali, della carta stampata, dei quotidiani che leggiamo tutti i giorni, Chomsky ha una sua teoria. Secondo lui, i giornali non vendono le notizie ai lettori, ma vendono l'attenzione dei lettori alle aziende che pubblicano su di essi le loro inserzioni. A vedere l'oggettiva dipendenza delle gazzette dagli introiti pubblicitari, sembra proprio che Chomsky abbia ragione. Ne discende l'importanza per i giornali di calamitare l'interesse pubblico, anche a detrimento dell'informazione in sé, e l'ossequio ai grandi pubblicitari e grandi finanziatori dei giornali stessi.

Non so se possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda la televisione italiana: la nostra è una situazione troppo particolare per prestarsi a generalizzazioni. Tuttavia, in prospettiva, la "libera informazione televisiva", e la prevalente Visione del Mondo che da essa discende, potrebbe correre gli stessi rischi.

Parliamo di Non Comunicazione.

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